Cosa fare quando il cucciolo entra nella nostra vita

Cuccioli Rhodesian Ridgeback

E’ finalmente arrivato il momento, il nostro cucciolo di Rhodesian Ridgeback varca finalmente per la prima volta la porta di qualla che sarà la sua nuova casa. Inizierà a prendere confidenza con i nuovi ambienti e soprattutto con la nuova famiglia. A tal proposito abbiamo scritto questa piccola guida che vi aiuterà nella gestione del cucciolo.

PREVENZIONE

Il cucciolo di Rhodesian Ridgeback deve capire fin dai primi giorni di convivenza con noi che il padrone è una presenza “sicura e costante”, ma non “perenne”: quindi, ogni tanto, dovremo lasciarlo solo. Inizialmente bastano 5-10 minuti, perché è fondamentale che il padrone rientri prima che il cucciolo cominci a manifestare segni di ansia: in lui deve prendere, e diventare solida come una roccia, l’assoluta certezza che non l’abbiamo abbandonato e che torneremo sempre. Una volta instaurata questa certezza, il cucciolo dovrà anche capire che “sempre” non significa necessariamente “subito”: quindi dovrà essere progressivamente abituato a assenze di dieci minuti, un quarto d’ora, e infine anche di 2-3 ore.

CONTROLLO

Se abbiamo dubbi sul fatto che il nostro Rhodesian Ridgeback manifesti sintomi di ansia da separazione, mettiamo in atto questo semplice programma:

  • consegnamo al cucciolo qualche oggetto interessante e “antistress”, per esempio il kong oppure un osso di pelle di bufalo da rosicchiare;
  • accendiamo un registratore nella stanza in cui si trova il cucciolo;
  • usciamo di casa per una mezz’oretta (è sempre in questo primo periodo che il cane manifesta i segnali più indicativi);
  • al rientro valutiamo se il cucciolo:
  • ha utilizzato l’”antistress”, e in quale misura;
  • ha sfogato lo stress su altri elementi della casa (sedie rosicchiate, cuscini sventrati, ecc…);
  • si è sfogato abbaiando (ce lo dirà la registrazione).

RIMEDI

Se si notano anche i primi sintomi di ansia da separazione, sarà bene:

  • raccorciare i periodi di solitudine, ma senza mai eliminarli completamente: quando il cane non mostrerà più sintomi si potranno nuovamente allungare i tempi;
  • durante la giornata, ignorare completamente il cane per un certo periodo di tempo (per esempio mezz’ora al giorno, estendibile fino a un’ora), anche se venisse a cercare coccole o gioco;
  • insegnargli i primi esercizi di obbedienza, cosa che aiuta stabilire una gerarchia precisa riequilibrando un rapporto male impostato e aiutando il cucciolo a trovare l’autocontrollo;
  • non dilungarsi troppo in “saluti” e rassicurazioni (mi raccomando, stai bravo, torno subito eh, ecc…) nella speranza di tranquillizzare il cane: si otterrebbe l’effetto contrario, perché il cane si metterebbe in ansia già prima dell’uscita del padrone. Anche i rientri in casa devono essere tranquilli e “normali”, senza accentuare troppo le attenzioni rivolte verso il cane;
  • appena avrà capito il significato di ordini come “seduto” e “terra”, ottenere che resti seduto in una stanza mentre noi ci spostiamo in un’altra (inizialmente non uscendo dal suo campo visivo, più avanti si). Quando torneremo lo premieremo e loderemo se avrà obbedito, mentre lo ignoreremo completamente (anche se venisse a festeggiarci) se avrà lasciato la posizione;
  • può essere utile abituare il cane a stare per un certo periodo nella cuccia o meglio ancora in una gabbia (o nei vari kennel) in cui lui dovrà passare un po’ di tempo mentre noi rimarremmo in vista, ma ignorando qualsiasi suo tentativo di richiamare la nostra attenzione.
  • Attenzione: mai punire un comportamento legato all’ansia (da separazione e non), perché questo peggiorerebbe lo stress e di conseguenza la manifestazione patologica che ne deriva.

CAMPANELLI D’ALLARME

Vediamo da quali segnali possiamo capire quando il nostro cane sta soffrendo per la separazione:

  • quando il cane capisce che il padrone sta per uscire lo segue passo passo, uggiolando e piangendo;
  • appena il padrone è uscito, il cane raspa contro la porta sperando di aprirla per seguirlo;
  • il cane si attacca morbosamente a un oggetto che appartiene al padrone(vecchio calzino, ciabatta, ecc…) e manifesta un comportamento possessivo se qualcuno cerca di toglierlo;
  • il cane rifiuta il cibo in assenza del padrone;
  • il cane saluta il rientro del padrone con manifestazioni esagerate, pianti, gemiti, ecc…

PUNIZIONE E RINFORZO NEL RHODESIAN RIDGEBACK

Per molti anni l’addestramento canino si è basato su questo concetto: se il cane riceve una punizione quando sbaglia, e un premio quando fa bene, in breve tempo capirà qual è il comportamento giusto da tenere. Il ragionamento, ovviamente, non fa una piega: ma è basato su una concezione di vecchio stampo, quella secondo cui il cane può apprendere esclusivamente “per prove ed errori”. Oggi che si conosce meglio la mente canina, e che si attribuiscono al cane capacità di vero e proprio “ragionamento” che un tempo non sembravano alla sua portata, tutto il concetto di apprendimento è stato ribaltato. Innanzitutto si parte dal presupposto che la cosa più importante è il rapporto gerarchico tra cane e padrone: quest’ultimo deve apparire agli occhi del cane come un “capobranco” fidato e degno si stima, e questo esclude già a priori l’uso della forza fisica, che NON viene mai usata in natura dal capobranco. Ma se il rapporto è corretto, se il cane si fida di noi e vive per renderci felici, perdono importanza anche i premi intesi come bocconcini, palline, manicotti, eccetera: il cane può (e forse dovrebbe sempre) lavorare per avere l’approvazione del “capo”. E in realtà non si è mai visto , in natura, un lupo che…tira la pallina a un membro del suo branco perché questi si è comportato bene a caccia. Il premio (o più esattamente il “rinforzo”, in termini etologici) può avere un senso se arriva come gratificazione “in più”, che appunto “rinforza”, ma NON sostituisce, l’approvazione del padrone. Per questo motivo riteniamo che non si debbano creare cani “dipendenti dai bocconcini”, né cani che sembrano non conoscere più il significato degli ordini se si accorgono che il padrone…ha dimenticato a casa i bocconcini-premio. Il discorso sulla punizione è la conseguenza diretta di quanto detto finora: se il cane ha un buon rapporto con il padrone, la punizione più efficace sarà la mancanza di approvazione da parte sua, cioè quella che in etologia viene chiamata “estinzione del rinforzo”. Per fare un esempio pratico, diciamo che il cane, all’ordine “seduto” (che già conosce) può sedersi prontamente: in questo caso il padrone gli dirà “bravo” o gli farà una carezza, e in qualche caso gli potrà allungare anche un bocconcino aggiuntivo. Se il cane NON si siede, dare una sberla al cane non significherebbe molto per lui: e sgridarlo lo manderebbe solo in confusione. La “punizione” più corretta è quella di non dirgli nulla, né accarezzarlo, né tantomeno premiarlo. Il cane in cerca di approvazione, finirà per obbedire all’ordine per ottenerla. Naturalmente le cose non sono sempre cosi semplici e lineari: in alcuni casi il cane non si limita a disobbedire, ma combina guai di sua spontanea volontà e quindi va punito per fargli capire che ha sbagliato. Ma come “punirlo” e soprattutto quando? Poiché è molto difficile, in realtà, che un cane combini guai seri quando il padrone è presente, è molto probabile che questi guai vengano scoperti in ritardo: un esempio classico è quello della ciabatta rosicchiata. Ora se fosse stato un bambino a combinare lo stesso pasticcio, il genitore potrebbe dirgli: “guarda cosa hai fatto! Hai rovinato questa ciabatta! Adesso le prendi”. Se alle parole seguisse una sculacciata, il bambino saprebbe esattamente perché è stato punito. Se però noi ci comportiamo nello stesso identico modo col cane (sgridata, spiegazione e poi sculacciata)… il cane non avrà la minima idea del perché siamo così furiosi con lui. Lui, la ciabatta, l’ha rosicchiata magari un ora prima… e questo fatto ormai è completamente cancellato dalla sua mente. Il cane non memorizza gli avvenimenti che non hanno un “messaggio” preciso, non ricorda più dopo 5 minuti gli eventi che non gli hanno causato né benefici né danno. Che succede quindi, se noi picchiamo il cane trovando la ciabatta pre-rosicchiata? Molto semplice: succede che il cane ci prende per pazzi squilibrati, e perde fiducia in noi. Diverso è il caso in cui voi becchiate il cane nell’atto di rosicchiare una ciabatta: in questo caso la sgridata (o lo scappellotto sul muso) saranno di immediata comprensione, perché legati all’atto che il cane sta compiendo in quel preciso momento. Concludendo: la punizione di tipo “fisico” è lecita solo se è tempestiva, e punisce un atto in corso. Per i guai combinati dal cane e scoperti in ritardo dal padrone è molto meglio fingere di nulla, chiedendosi, semmai, i motivi per cui il cane si è comportato in quel modo e cercando soluzioni se riteniamo che alla base ci sia un problema psicologico (per esempio l’ansia da separazione). Per le disobbedienze (o le mancate obbedienze)del cane, la punizione più efficace è invece la mancanza di rinforzo, e quindi il… non-premio.

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